I termini “White Hat” e “Black Hat” provengono dai film Western degli anni ’20: il buono aveva il cappello bianco, mentre il cattivo aveva il cappello nero. Semplice.

A partire dalla fine degli anni ’90 il termine è stato introdotto nel gergo informatico per distinguere gli hacker “etici” da quelli con secondi fini e una decina di anni dopo la stessa distinzione si è resa necessaria per i SEO. Quindi vediamo:

 

Cosa significa “White Hat” nel SEO?

Un professionista del SEO White Hat segue alla lettera le regole del posizionamento, ossia le indicazioni dei motori di ricerca su come ottimizzare il contenuto, utilizzare i tag html e ottenere link in entrata. Il lavoro “White Hat” è tipicamente molto limitato, a esclusione delle attività di acquisizione link spontanei che richiede un dispendio di tempo ed energie enorme per risultati spesso irrilevanti.

 

Cosa significa “Black Hat” nel SEO?

Significa prendersi dei rischi utilizzando tattiche non consentite che, però, funzionano. Il principio è quello di sfruttare imperfezioni dell’algoritmo di Google per ottenere dei vantaggi nei risultati dei termini di ricerca. In passato queste tecniche erano visibili ad occhio nudo, per esempio abusare della “keyword density” portava a inserire la stessa parola chiave molte volte nella stessa pagina, rendendo il contenuto illeggibile (ma faceva la differenza sulle SERP).

Ad oggi le tecniche “Black Hat” sono meno visibili, ma rimangono per molti la vera chiave di volta nel SEO.

Ma quali sono i rischi? Penalizzazioni nel posizionamento del sito o esclusione diretta dal motore di ricerca.

 

Quale è la differenza tra “White Hat” e “Black Hat”?

L’approccio: stai seguendo i principi dettati dalle linee guida o stai forzando un po’ l’interpretazione degli stessi principi? Il punto è che molte indicazioni non sono chiare, spesso sono volutamente vaghe perché l’algoritmo non è abbastanza preciso da individuare con certezza le “scorrettezze” che un SEO può attuare per ottenere un vantaggio.

 

Il “White Hat” può avere successo?

Un SEO che segue pedissequamente le norme di Google può ottenere degli ottimi risultati, ma potrebbe avere bisogno di molto più tempo e/o molto più budget, svantaggiandolo quindi rispetto alla competizione.

Il “problema” spesso è questo: i White Hat sono in minoranza.

Questo implica che i Black Hat siano la maggioranza? Non proprio.

 

Entrano in scena i “Grey Hat”

I SEO pendono dalle labbra di Google, visto spesso come una sorta di oracolo da interpretare ogni volta. Capire con chiarezza cosa si può fare o meno non è semplice. I White Hat si comportano nel modo più sicuro, ma così facendo perdono molte opportunità che il motore di ricerca non penalizzerebbe. Dall’altra parte i Black Hat cercano di sfruttare il più possibile certi difetti dell’algoritmo, ma spesso il rischio che corrono è alto. Altre volte è invece più calcolato, e ottenere tante visite in un breve periodo (prima della penalizzazione) vale la candela. Ma con il passare del tempo anche un approccio completamente “Black” è caldamente da sconsigliare.

La definizione di “Grey Hat” subentra per chiarire un approccio intermedio, volto comunque a ottenere il massimo, rimanendo sotto i radar dei “flag” negativi di Google senza forzare la mano, ma mettendo comunque in pratica delle tecniche che preferiresti rimanessero sottotraccia.

In fondo i motori di ricerca non vorrebbero che si investisse nel posizionamento, idealmente i siti dovrebbero posizionarsi in modo naturale in base ai fattori interni (struttura e contenuti del sito) e in base ai fattori esterni (la loro – vera –  popolarità). Naturalmente l’enorme giro d’affari in cui sono coinvolte le ricerche su internet rende impossibile una concorrenza perfettamente leale per come la vorrebbe Google.

Nel prossimo articolo approfondiremo l’approccio ideale del SEO Grey Hat, quindi le pratiche comunemente utilizzate nella competizione all’interno delle SERP, prendendo in considerazione gli approcci più rischiosi e quelli più “safe”.

 

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