AI e SEO 2025, il ruolo dei link nel nuovo panorama digitale

Un nuovo sondaggio pubblicato da Search Engine Land conferma ciò che molti SEO già stanno notando: nonostante l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale e i cambiamenti nei risultati di ricerca, i link rimangono una leva fondamentale per la visibilità online.

Cosa dice il sondaggio

  • 73% dei professionisti SEO afferma che i link influenzano la visibilità nei risultati AI (es. AI Overviews di Google).

  • 92% pensa che i concorrenti acquistino link.

  • 81% ritiene che menzioni (senza link) del brand abbiano impatto sul ranking.

  • 79% crede che anche i link “nofollow” contino.

  • Più della metà non è convinta che Google riesca a identificare in modo affidabile i link a pagamento.

Costi sempre più alti

Il quadro economico non sorprende chi lavora nel settore:

  • Nelle nicchie competitive, il budget medio mensile per la link building supera gli 8.400 $.

  • Il costo medio per un link di qualità si aggira sui 500 $.

  • I team interni dedicano ai link circa il 36% del budget SEO.

Le tattiche preferite

Il Digital PR viene indicato come il metodo più efficace (48,6%), seguita dalla ricerca di opportunità uniche e dall’attenzione alle cosiddette “money pages”.
Al tempo stesso, però, la maggioranza dei SEO segnala difficoltà crescenti: costi elevati, problemi di scalabilità e difficoltà nel misurare il ROI dei link.

La riflessione: AI non sostituisce l’autorevolezza

L’AI sta cambiando radicalmente il modo in cui gli utenti trovano informazioni. Tuttavia, se Google e altri modelli generativi si alimentano con dati presenti sul web, i link restano il segnale più chiaro di autorevolezza e rilevanza.
Per le aziende significa che:

  • La strategia di link building non può essere trascurata, anche in un contesto dominato dall’AI.

  • La qualità prevale sulla quantità: il focus va su citazioni autorevoli e pertinenti.

  • Integrare PR digitale e SEO è ormai imprescindibile: non basta produrre contenuti, occorre costruire relazioni.

Chi oggi investe seriamente in link di qualità non solo protegge il proprio posizionamento, ma aumenta le probabilità di essere citato anche all’interno delle risposte AI, che stanno diventando un nuovo punto di accesso alle informazioni.

La differenza rispetto al passato è che non si tratta più soltanto di scalare la SERP, ma di presidiare l’intero ecosistema informativo che alimenta i sistemi di intelligenza artificiale. I modelli generativi non leggono solo i contenuti, ma valutano anche autorevolezza e connessioni del sito: elementi che i link di qualità contribuiscono a rafforzare.

Per questo motivo, il valore strategico della link building nel 2025 non si misura solo in termini di ranking, ma anche di visibilità a 360°:

  • nei risultati di ricerca classici,

  • nelle overview AI,

  • nelle future interfacce ibride tra motori e assistenti conversazionali.

In altre parole, chi trascura i link rischia di sparire non solo dalle SERP, ma anche dalle risposte AI, perdendo quote di attenzione in un panorama in cui l’utente finale si fida sempre più delle sintesi automatiche.

Perché i progetti verticali sono il miglior laboratorio SEO

Aprire un sito verticale oggi non è soltanto una questione di passione per un tema: è un modo concreto per mettere alla prova strategie SEO in un contesto più chiaro e leggibile. In una nicchia definita, i segnali sono più puliti e i cicli di prova e correzione si accorciano. È quello che sto facendo con un progetto dedicato ai whisky torbati: nato da poco, non ha ancora numeri da mostrare, ma i primi riscontri aiutano a capire in che direzione muoversi.

Avere un perimetro ristretto significa osservare meglio come reagiscono gli utenti e i motori di ricerca. Le query ricorrenti diventano subito visibili, le opportunità di contenuto si incastrano con naturalezza e la topicalità cresce anche con pochi articoli ben mirati. Non servono decine di categorie o pubblicazioni massicce: il verticale funziona proprio perché riduce la dispersione e rende più semplice misurare ciò che conta.

Cosa rende utile una sandbox verticale

La forza di un laboratorio verticale sta nella sua chiarezza metodologica. Definire pochi pilastri, affiancarli con contenuti pratici e rivedere periodicamente la struttura permette di crescere senza sprecare risorse. Nel mio caso, l’attenzione è su alcuni punti precisi:

  • Evergreen e pilastri: servono a posizionare il sito come riferimento di base, coprendo le query che torneranno nel tempo.
  • Contenuti comparativi: articoli che mettono a confronto etichette, prodotti o approcci; sono quelli che generano più curiosità e CTR.
  • News selettive: non tutte, solo quelle che rafforzano la topicalità e danno segnali freschi ai motori di ricerca.
  • Interlinking con scopo: i collegamenti interni non sono decorativi; accompagnano l’utente da una scoperta generale a un contenuto più specifico.

Questi accorgimenti rendono più facile capire, per esempio, se un cluster di articoli sta funzionando o se va rivisto. Le metriche diventano indicatori pratici: impression in aumento su long-tail ben definite, permanenza più alta su recensioni strutturate, CTR che cresce quando il titolo risponde davvero a un dubbio concreto.

C’è però anche un rischio: i verticali hanno volumi spesso ridotti e possono generare un traffico complessivamente trascurabile in ottica di monetizzazione diretta. Per questo funzionano bene come laboratori SEO e come spazi di autorevolezza tematica, ma non vanno sempre pensati come macchine da ricavi.

Applicazioni in altri progetti

La stessa logica l’abbiamo applicata anche altrove. Bibitaro.it, progetto con diversi anni di vita e un pubblico fedele, è un buon terreno per testare formati più leggeri e moduli di recensione rapidi. Qui l’obiettivo non è soltanto sperimentare, ma osservare come evolvono nel tempo gli effetti di scelte editoriali e strutturali: titolazioni, schema di pagina, piccoli pattern di collegamenti interni.

In questo senso, i verticali non sono un esercizio isolato ma veri e propri laboratori: permettono di sperimentare con meno rumore di fondo, osservare con più attenzione i segnali e applicare ciò che funziona anche ai progetti più ampi.

Che cos’è il link building?

cosa è il link building

Nell’economia della crescita organica di un sito web, il link building svolge un ruolo fondamentale. Al giorno d’oggi, infatti, acquisire backlink di alta qualità è uno dei pochissimi modi per ritagliarsi un’importante fetta del mercato in cui si compete.

Questo però non significa che il link building sia garanzia di successo, anzi, le possibilità che una campagna di link building raggiunga i risultati prestabiliti in breve tempo sono piuttosto basse. A dire il vero, esistono approcci in grado di incrementare il traffico velocemente, ma si tratta perlopiù di metodi destinati a non durare nel tempo e che in alcuni casi possono anche causare delle penalizzazioni. Al contrario, l’impatto dei link ottenuti si misura nel lungo termine, anche dopo mesi di lavoro.

Quindi, cos’è il link building, e come si fa? Scopriamolo insieme.

 

La definizione di link building

Come riportato da MOZ, con il termine link building si identifica il processo di acquisizione di collegamenti ipertestuali da altri siti web al tuo. In altre parole, si tratta di un’attività volta ad incrementare il numero di link che arrivano da altri siti.

Qui però è bene fare una precisazione. Non tutti i link sono figli del lavoro di un SEO Specialist. Alcuni arrivano spontaneamente, e quando succede questo ha un impatto positivo sul posizionamento del proprio sito. Il problema, però, è che succede raramente, soprattutto da siti autorevoli.

Ed è proprio qui che entra in gioco il link building, il cui obiettivo è quello di migliorare il profilo backlink di un sito. Ma come si fa a fare link building?

 

I guest post sono (quasi) sempre la via

Nel corso degli anni i professionisti del settore hanno sperimentato numerose strategie di link building. Ad esempio, una di quelle che resiste ancora oggi è quella dei broken link. Stando a quanto riporta Search Engine Land, si tratta di una tattica volta a trovare link non più attivi ma che fanno parte del proprio settore di riferimento, ricreare una versione del contenuto precedentemente presente in pagina e contattare il sito che lo ospitava, chiedendone la sostituzione con il proprio link.

Come detto, quello dei broken link è un metodo ancora in uso, uno dei pochissimi ad avere ancora un peso specifico notevole in una campagna di link building. Nonostante questo, il metodo di riferimento rimane ancora quello dei guest post.

Con il termine “guest posting” si indica l’attività di scrittura di contenuti per un sito web diverso dal proprio. Internet è popolata da realtà che offrono questo tipo di servizio, un’opportunità anche per autori che vogliono aumentare la visibilità dei propri contenuti. La creazione di guest post di qualità, però, è anche il metodo più efficace per incrementare il traffico del proprio sito e anticipare l’algoritmo di Google, a patto che venga fatto in maniera adeguata.

Un’attività di guest posting, infatti, porta con sé dei rischi. Nel caso in cui i motori di ricerca riconoscessero il tentativo, da parte di un’azienda, di manipolare l’algoritmo, questo potrebbe tradursi in una penalizzazione. Nel prossimo articolo, quindi, andremo a vedere come creare un guest post di qualità, difficile da riconoscere rispetto a uno “naturale”.

SEO White Hat – Grey Hat – Black Hat: un’analisi

I termini “White Hat” e “Black Hat” provengono dai film Western degli anni ’20: il buono aveva il cappello bianco, mentre il cattivo aveva il cappello nero. Semplice.

A partire dalla fine degli anni ’90 il termine è stato introdotto nel gergo informatico per distinguere gli hacker “etici” da quelli con secondi fini e una decina di anni dopo la stessa distinzione si è resa necessaria per i SEO. Quindi vediamo:

 

Cosa significa “White Hat” nel SEO?

Un professionista del SEO White Hat segue alla lettera le regole del posizionamento, ossia le indicazioni dei motori di ricerca su come ottimizzare il contenuto, utilizzare i tag html e ottenere link in entrata. Il lavoro “White Hat” è tipicamente molto limitato, a esclusione delle attività di acquisizione link spontanei che richiede un dispendio di tempo ed energie enorme per risultati spesso irrilevanti.

 

Cosa significa “Black Hat” nel SEO?

Significa prendersi dei rischi utilizzando tattiche non consentite che, però, funzionano. Il principio è quello di sfruttare imperfezioni dell’algoritmo di Google per ottenere dei vantaggi nei risultati dei termini di ricerca. In passato queste tecniche erano visibili ad occhio nudo, per esempio abusare della “keyword density” portava a inserire la stessa parola chiave molte volte nella stessa pagina, rendendo il contenuto illeggibile (ma faceva la differenza sulle SERP).

Ad oggi le tecniche “Black Hat” sono meno visibili, ma rimangono per molti la vera chiave di volta nel SEO.

Ma quali sono i rischi? Penalizzazioni nel posizionamento del sito o esclusione diretta dal motore di ricerca.

 

Quale è la differenza tra “White Hat” e “Black Hat”?

L’approccio: stai seguendo i principi dettati dalle linee guida o stai forzando un po’ l’interpretazione degli stessi principi? Il punto è che molte indicazioni non sono chiare, spesso sono volutamente vaghe perché l’algoritmo non è abbastanza preciso da individuare con certezza le “scorrettezze” che un SEO può attuare per ottenere un vantaggio.

 

Il “White Hat” può avere successo?

Un SEO che segue pedissequamente le norme di Google può ottenere degli ottimi risultati, ma potrebbe avere bisogno di molto più tempo e/o molto più budget, svantaggiandolo quindi rispetto alla competizione.

Il “problema” spesso è questo: i White Hat sono in minoranza.

Questo implica che i Black Hat siano la maggioranza? Non proprio.

 

Entrano in scena i “Grey Hat”

I SEO pendono dalle labbra di Google, visto spesso come una sorta di oracolo da interpretare ogni volta. Capire con chiarezza cosa si può fare o meno non è semplice. I White Hat si comportano nel modo più sicuro, ma così facendo perdono molte opportunità che il motore di ricerca non penalizzerebbe. Dall’altra parte i Black Hat cercano di sfruttare il più possibile certi difetti dell’algoritmo, ma spesso il rischio che corrono è alto. Altre volte è invece più calcolato, e ottenere tante visite in un breve periodo (prima della penalizzazione) vale la candela. Ma con il passare del tempo anche un approccio completamente “Black” è caldamente da sconsigliare.

La definizione di “Grey Hat” subentra per chiarire un approccio intermedio, volto comunque a ottenere il massimo, rimanendo sotto i radar dei “flag” negativi di Google senza forzare la mano, ma mettendo comunque in pratica delle tecniche che preferiresti rimanessero sottotraccia.

In fondo i motori di ricerca non vorrebbero che si investisse nel posizionamento, idealmente i siti dovrebbero posizionarsi in modo naturale in base ai fattori interni (struttura e contenuti del sito) e in base ai fattori esterni (la loro – vera –  popolarità). Naturalmente l’enorme giro d’affari in cui sono coinvolte le ricerche su internet rende impossibile una concorrenza perfettamente leale per come la vorrebbe Google.

Nel prossimo articolo approfondiremo l’approccio ideale del SEO Grey Hat, quindi le pratiche comunemente utilizzate nella competizione all’interno delle SERP, prendendo in considerazione gli approcci più rischiosi e quelli più “safe”.